Di fronte alla sinossi di Remember Me, storia di un amore ostacolato da ostili trame e dissidi tra famiglie, con il ribelle Robert Pattinson in permesso vacanza dalla saga Twilight, il senso di déjà vu si insinua prepotentemente. È l’eco di Romeo e Giulietta che fatica a esaurirsi. Le situazioni si adeguano al rinnovato contesto, i personaggi sono aggiornati alla contemporaneità e le variazioni sul tema proliferano, ma, semplificando sino a scovare la radice, è la tragedia shakespeariana a pulsare sotto quest’ennesima nuova pelle. Considerando poi che quella del Bardo è una rielaborazione di un tema medievale, con parentele che si spingono indietro nel tempo sino all’antica Grecia e in avanti sino a Grease, l’eterno ritorno che disegna il ciclo delle narrazioni nell’arco della storia si fa palese. Questione di archetipi. D’altronde le fondamenta di Romeo e Giulietta - alla base di un indeterminato numero di melodrammi dove a ostacolare l’amore è un conflitto tra diverse appartenenze sociali, da Matarazzo a Sirk a Fassbinder - si reggono su una struttura ancora più profonda: personaggi travolti dalla passione sfidano l’ordine dominante, con nefasti risultati. La tragedia, per definizione. La follia di Icaro, sopraffatto dalla magnifica ossessione del volo, non è così distante dalla smania di potere di Faust, che vendette l’anima al diavolo, alla scalata bagnata di sangue verso il trono di Scozia di Macbeth, all’ossessione estetica del wildiano Dorian Gray: la famelica avidità del protagonista di Wall Street, ossessionato dal miraggio edonista dell’accumulo di denaro, e la freddezza tracotante con cui Barry Lyndon s’inerpica tra le maglie dell’alta società, sono rivisitazioni di quelle antiche pulsioni puntualmente castigate, così come l’arroganza dei protagonisti dei film noir, convinti di riuscire ad addomesticare i moti del destino incanalando il possibile all’interno dei loro piani. Non può esistere Il delitto perfetto. Ovviamente, le passioni che conducono alla tragedia non si riducono alla voracità di potere o agli uragani dell’amore, ma possono essere anche legate a consapevoli scelte, come dimostra il caso (o i casi) dell’archetipo del sacrificio: personaggi si immolano per una causa, per un ideale, per un amore. Tu chiamali, se vuoi, eroi. O martiri. Archetipo opposto e stampo decisamente ricorrente, ma mai usurato, è la commedia degli equivoci, che da Plauto giunge sino al teen movie demenziale à la Superbad, passando nuovamente per Shakespeare e Wilde, e poi per Renoir (La regola del gioco) e Wilder (Baciami, stupido! per dirne uno), fino a Johnny Stecchino, in un elenco impossibile da esaurire, fatto di lapsus e fraintendimenti, travestimenti e bugie, in un’eterna coreografia di malintesi che si sciolgono in un happy end. Altro archetipo fondamentale è quello che vede lo scontro tra uno e più individui contro un’entità, una forza che li opprime: dal duello impari tra Davide e Golia a Cappuccetto Rosso contro il lupo, dal mito di Beowulf all’invasione aliena de La guerra dei mondi, da Hansel e Gretel e derivati a Alien, sino ai film di rivolta etica e politica, pensiamo al Bobby Sands protagonista di Hunger giusto per citare un capolavoro mai uscito in Italia a causa della cecità delle distribuzioni. E nei casi in cui la forza in gioco sia difficilmente affrontabile, come in ogni buon slasher che si rispetti, lo scontro (inefficace di fronte a certi coltellacci) lascia il posto alla fuga da morte certa. Parabola ricorrente è l’itinerario che congiunge le stalle alle stelle, seguendo l’esempio di Cenerentola (narrazione che potrebbe essere nata ben prima di Disney, ben prima di Perrault e dei fratelli Grimm, in Cina o, addirittura, nell’antico Egitto): brutti anatroccoli che si riscoprono cigni, dal Pigmalione di George Bernard Shaw all’adattamento in chiave musicale My Fair Lady, sino alla versione teen, il giustamente dimenticato Kiss Me, da Semola che si ritrova Re Artù a Aladdin la cui vita cambia grazie alla lampada magica, dalle angherie che è costretto a subire David Copperfield prima del lieto fine a quelle di Jane Eyre prima del matrimonio con Rochester. Senza dimenticare che il percorso può essere anche quello opposto, perché, naturalmente, è possibile anche La caduta degli dei.
L’odissea è territorio fertile per numerose storie, basate sull’archetipo della ricerca: personaggi diretti verso un obiettivo; in questo senso La divina commedia non dista troppi gradi di separazione da L’isola del tesoro, I predatori dell’arca perduta da Il Signore degli Anelli o da Il giro del mondo in 80 giorni. Ma la ricerca può essere anche simbolica, in vista del raggiungimento dello scopo finale, mista al sudore nelle opere basate su competizioni sportive, obiettivo: vincere, all’odio vibrante nei vengeance movie come nel tarantiniano Kill Bill, o composta da una certosina raccolta di indizi, nelle indagini di un detective in qualsiasi narrazione colorata di giallo. Il tema del viaggio, come momento di spaesamento e formazione dei protagonisti, è alla base dell’archetipo di cui fa parte Alice nel paese delle meraviglie, quello che unisce L’asino d’oro di Apuleio a Nel paese delle creature selvagge di Jonze/Eggers/Sendak: un individuo si trova alle prese con una dimensione o un luogo a lui sconosciuto, con ripercussioni sulla propria identità. Una struttura che sta alla base di opere che da I viaggi di Gulliver giungono a Il mago di Oz, e che echeggia in romanzi come The Time Machine o Ventimila leghe sotto i mari. L’esistenza di storie che negano le premesse da tragedia, come il Match Point di Woody Allen, dove al delitto non segue alcun castigo, o di altre che, per ritornare all’esempio di partenza, Romeo e Giulietta, possono essere lette come commedie degli equivoci dal finale drammatico, sono solo alcune tra le intersezioni e contaminazioni tra canoni fondamentali, segni che confermano la difficoltà che sta alla base di ogni tentativo di sistematizzazione e individuazione degli archetipi, testimonianze di come le narrazioni, pur basate su (poche) matrici comuni, abbiano sempre a disposizione (per fortuna) vie in cui far confluire la propria originalità, sotto forma di variazione.