A volte ritornano

Sergio Fabbri

Il rischio delle star è bruciarsi con le proprie mani. Ruoli sbagliati, scelte discutibili e flop annunciati hanno fatto diventare ridicoli molti miti di ieri. Ma nel cinema tutto è possibile, e i veri grandi, anche acciaccati, tornano sempre. Come Jeff Bridges, che dodici anni dopo Lebowski, con Crazy Heart è ancora in un ruolo di culto.

Ci sono divi che hanno saputo trovare la propria strada dopo batoste colossali, altri che hanno saputo reinventarsi rispetto a quello che avrebbero voluto essere. Quasi bocciati, divi redivivi, rocker mancati o vecchie glorie tornate a brillare. Quasi loser, insomma, ovvero quasi perdenti, potenziali sconfitti che hanno trovato la forza di risollevarsi, sempre. Prendete Steven Spielberg, ad esempio, respinto alla scuola di cinema e poi boss di Hollywood; oppure George Clooney, bocciato ai provini per diventare attore per circa una decina d’anni e poi superstar. Persino Johnny Depp, il massimo “king of cool” dai tempi di Steve McQueen, aveva altri sogni. Voleva fare il rocker: ha inciso un disco (quando era già ricco e famoso), è partner di Vanessa Paradis, amico di Tom Petty e di recente ha reinterpretato la canzone Magic di Bruce Springsteen. Come rocker non ha mai sfondato davvero (quanti di voi hanno il suo disco?). Come attore e come divo sappiamo com’è andata. Alec Baldwin? Sbeffeggiato e spernacchiato insieme al resto della famiglia nel cartoon South Park dopo i fasti anni 80 e primi anni 90, dopo la rottura con Kim Basinger. Oggi sembra riemerga perfino lui (è tra gli affiatati protagonisti di È complicato). Il vero problema è sopravvivere a Hollywood senza affondare mai. Sopravvivere alle unghie affilate dello star system pronte a farti a fette al primo errore, al primo passo falso. Hollywood, ad esempio, non accetta le rughe, salvo eccezioni, da Katherine Hepburn a James Stewart, da Bette Davis a Clint Eastwood. Il volto rugoso di Clint (ormai deciso a non mostrarsi più sullo schermo) oggi, all’epoca dei volti botulinizzati e della pelle stirata, sembra la vera eccezione. Hollywood ha sempre accettato a fatica il volto della star che invecchia, salvo relegarlo in penombra o in un cammeo. Lo racconta magnificamente il genio Billy Wilder in Viale del tramonto. A volte è lecito chiedersi se per un divo bello e sexy non sia meglio morire presto, come Marilyn, come Dean, come River Phoenix, per evitare l’empietà dello sguardo del pubblico, ormai nutrito a corpi sempre freschi, tirati, plasticizzati, le tette rifatte e strafatte. Viene da chiedersi se i recenti presunti/probabili suicidi di Heath Ledger e Brittany Murphy non abbiano anche a che fare proprio con la paura/paranoia di invecchiare che hanno i fragili divi contemporanei. L’ossessione per il corpo fresco e sodo rasenta quasi la follia: secondo alcuni siti di gossip varie dive si fanno aumentare e poi ridurre il seno anche quattro o cinque volte, come si cambiano d’abito. Per le star belle e sexy la vita artistica di solito è breve, a differenza della luce delle stelle del firmamento viste dalla Terra. Anche tra le stelle del cinema, però, qualcuna riesce a brillare più a lungo. Oppure, addirittura, riesce a riaccendersi all’improvviso, magicamente, dopo un periodo di buio. Come una lampadina male avvitata. Per le donne, in questo mondo maschilista e misogino, è missione quasi impossibile. Per gli uomini è più probabile che succeda. Stiamo parlando del miracolo della resurrezione, improvvisa e inattesa, dei divi (più raramente delle dive) che parevano ormai giunti a una “morte artistica” e a una vecchiaia fuori dagli schermi o in ruoli secondari. Intendiamo i colpi di coda delle star che parevano destinate a raggrinzirsi fuori dai set che contano: il volto per sempre giovane come Dorian Gray nelle vecchie pellicole cultizzate, mentre quello vero deperisce lontano dagli sguardi. Oppure il volto candidato a imbolsirsi nei film di serie B (o persino Z), nella pubblicità degli insaccati (ricordate Stallone-Bubi?) o nella fiction tv più scadente. Jeff Bridges, Robert Downey Jr., Mickey Rourke, Sylvester Stallone e persino Sandra Bullock sono alcuni dei super ex divi, (più o meno) super belli risorti in tempi recenti, dopo parentesi intermittenti di oblio o di filmetti ultraesili, da vedere con la birra in mano. Per inciso: tra i fan di Sly quanti hanno visto Get Carter o Driven? Prendiamo Bridges, ad esempio. C’è stato un tempo in cui il grande Jeff “Lebowski”, superdivo anni 70, 80 e 90, pareva morto, artisticamente parlando. Come stella non brillava più nel cielo del grande cinema. Proprio dopo il suo cult assoluto del ’98, diretto dai Coen, in cui aveva osato mostrarsi sfatto, fumato e spettinato, Jeff sembrava destinato al fallimento. Oggi quel film è persino oggetto di saggi (La vita secondo il grande Lebowski, ed. Sperling & Kupfer). Eppure Bridges, dopo Lebowski, ha interpretato una serie di film piuttosto brutti o fallimentari, oppure le due cose insieme, da Arlington RoadL’inganno a Seabiscuit, passando per K-Pax. L’unico film di rilievo interpretato da “Dude” in questa sequela di pellicole usa&getta è stato il dylaniano Masked and Anonymous. Stop. L’ex “favoloso Baker”, super “Starman”, classe ’49, sembrava destinato a imbolsirsi nella Hollywood di minor successo, buona per pagarsi la pensione. Sebbene Bridges ha sempre rivendicato con orgoglio la scelta di comparire in film a basso budget e firmati da registi esordienti. Come quello che lo sta portando al miracolo: il debuttante Scott Cooper gli propone il ruolo del vecchio e alcolizzato - nonché verosimile - cantante country Bad Blake, protagonista di Crazy Heart. Lui offre una delle sue migliori interpretazioni di sempre, è letteralmente sublime, conquista il cuore del pubblico e della critica. Riceve la sua quinta candidatura all’Oscar, mai vinto fino a oggi. Un po’ un percorso analogo a quello di Mickey Rourke con The Wrestler, la scorsa stagione, con la differenza che l’ex bello e dannato di 9 settimane e 1/2 aveva impiegato pochi anni a rovinare il proprio corpo e la propria carriera con le sue stesse mani: la boxe, praticata contemporaneamente sui pari peso e sulla ex moglie bellissima Carré Otis, le droghe, l’alcol, le feste 24 ore su 24. Naso e zigomi spaccati sul ring, lingua mozzata in un incontro, pezzi di denti lasciati sul quadrato, nervi e cervello gravemente in pericolo. Il cuore di The Wrestler di Aronofsky sta proprio nella coincidenza quasi totale tra il personaggio di The Ram e Rourke. Mickey è The Ram. “Sì, forse ci sono delle somiglianze”, precisa Rourke, “specie nella mancanza di disciplina e nell’ascoltare poco i consigli dei medici. A me non frega assolutamente un cazzo di avere messo a rischio per sempre la carriera cinematografica per colpa della boxe. Il pugilato è la cosa migliore che io abbia mai fatto in vita mia. Ora, grazie al cielo e grazie a The Wrestler,  lavoro molto, non solo nei film di merda che non va a vedere nessuno. Però non è vero o non è esatto dire che sono ‘risorto’, perché in realtà io non sono mai caduto davvero, così come sul ring non sono mai andato Ko (per la cronaca, il suo tabellino dice: otto incontri, sei vittorie e due pareggi, ndr)”. Anche Stallone si è rialzato grazie al ring cinematografico di Rocky Balboa. Il suo bellissimo e (al momento) ultimo Rocky racconta il proprio mito con le rughe. Bestia ferita, boxeur che pare suonato come Primo Carnera e proprio come il colosso friulano ha qualcosa di animalesco e sgraziato. Come Carnera anche Balboa si rialza sempre, anche quando perde, anche quando è ormai troppo vecchio. Sly ha poi preso gusto a mostrare i propri muscoli con un po’ di grinze, le borse sempre più gonfie sotto gli occhi. Ha subito realizzato un altro John Rambo, non esattamente memorabile a differenza della rentrée di Rocky. Ora sta ultimando la post-produzione di The Expendables, rimpatriata di vecchi divi anni 80: da Rourke a Schwarzenegger, passando per Bruce Willis (quasi l’unico divo del gruppo rimasto sempre in sella, nei decenni). C’è persino l’ex nemico “ti spiezzo in due” Dolph Lundgren. Robert Downey Jr., invece, dopo anni di eccessi e di film underground, è riuscito a tornare al successo addirittura giocando a fare il supereroe. È tornato bankable grazie a Iron Man e poi con un ulteriore blockbuster come la reinvenzione all’adrenalina di Sherlock Holmes. Sostiene anche di avere smesso di farsi ogni tipo di droga e di alcol: “L’unica dipendenza che ho, adesso, è quella da mia moglie. Poi fumo una sigaretta ogni tanto”. In Iron Man 2 se la vedrà proprio con l’altro ex peso massimo di eccessi Rourke, nei panni del cattivo Whiplash. Sul piccolo schermo si sprecano i divi anni 80 e 90 che tornano a galla: da James Belushi (La vita secondo Jim) a Rob Lowe (West Wing, Brothers and Sisters) fino a David Duchovny (irresistibile in Californication). E le donne? L’eccezione più clamorosa, al momento, sembra Sandra Bullock. Dopo i successi di Ricatto d’amore e All About Steve la diva quarantacinquenne è ora incredibilmente, oltre che per la prima volta in carriera, candidata all’Oscar per The Blind Side. Emblematica la sua battuta (?) “a caldo” sulla sua nomination: “Buono a sapersi. Dovrei riuscire a farmi la liposuzione in tempo per la notte degli Oscar!”. Se le grinze sono malviste in assoluto da Hollywood, figurarsi sul corpo femminile. Nel capolavoro di Joseph L. Mankiewicz Eva contro Eva, Bette Davis-Margo notava: “Quel tipo ha trentadue anni. Dimostra trentadue anni, forse li dimostrava cinque anni fa e di sicuro li dimostrerà tra venti. Odio gli uomini”. Negli Usa l’attrice TMegan Mullally superdiva del piccolo schermo (era Karen in Will e Grace) adesso si è ridotta a fare lo spot per la margarina. Piroetta tra gli scaffali di un supermarket, un po’ burrosetta, la confezione del prezioso prodotto ben stretta tra le mani, al motto di: “Non riesco a credere che non sia burro!”. Dustin Hoffman da noi recita L’infinito di Leopardi, in un altro spot, sempre meglio che declamare le doti della margarina.



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