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La bambola balla. Ha i capelli rossi e un tutù giallo, è bella e capricciosa, scivola sullo schermo a occhi spalancati, finchè non viene smembrata dai due vecchi litigiosi che l'hanno fabbricata per incantare il giovane Hoffmann (I racconti di Hoffmann di Powell e Pressburger, 1951). Un'altra ragazza esile, con i capelli biondi cortissimi, vende il New York Herald Tribune sugli Champs Elysèes, mentre il giovane Belmondo, aria strafottente e cappello buttato all'indietro, cerca di agganciarla (Fino all'ultimo respiro di Jean-Luc Godard, 1960). Jeanne Moreau e Marcello Mastroianni intrecciano sguardi silenziosi nella Notte (1961) di Antonioni, mentre Hannah Schygulla attraversa la miseria del dopoguerra in Il matrimonio di Maria Braun (1979) di Fassbinder. Le sale sono incredibilmente piene, sia per questi sia per gli altri film della retrospettiva Play It Again…!, che presenta alcune delle opere più importanti passate alla Berlinale nel corso degli anni e con cui il festival tedesco celebra il suo sessantesimo anniversario. Nato nel 1951, per riportare la città distrutta dalla guerra all'attenzione mondiale e per ridare slancio alla cultura e all'industria cinematografica della Germania, segnato nei decenni da alti e bassi, mai veramente competitivo con gli altri due Moloch europei (Cannes e Venezia), il festival di Berlino ha sempre avuto e conserva una caratteristica unica e preziosa: un gusto rigoroso per la ricerca che, paradossalmente, s'intreccia con una decisa vocazione alla popolarità. Ma il paradosso, in realtà, è solo apparente, perché più varia è l'offerta culturale, e più si sviluppano il gusto e la curiosità del pubblico. Da qui, le sale piene: non solo quelle destinate a stampa-star-addetti ai lavori, ma soprattutto le altre, sparse nei multiplex e nella città, nelle quali il programma circola incessantemente per undici giorni. Più di quattrocento film, nessuno senza pubblico, dalle prime mondiali di Shutter Island di Scorsese e L'uomo nell'ombra di Polanski agli esordi più disparati di turchi, iraniani, bosniaci, ungheresi; dalla panoramica sul cinema tedesco ai documentari, i cortometraggi, le retrospettive. Il pubblico è certamente il valore aggiunto della Berlinale, l'unico dei tre top festival europei che si svolga in una metropoli; l'unico dei tre che, in realtà, abbia un pubblico vero, fatto di giovani, di appassionati, di coppie, di anziani, di gente “normale”. Non basta una temperatura tra i meno 4 e i meno 15, la neve che continua a cadere, i marciapiedi trasformati in tappeti di ghiaccio, per scoraggiare i berlinesi. A Berlino si va al cinema in metrò, si entra ai gala in abiti normali, si tirano fuori dagli zaini bibite e panini. E cosa importa se i film più importanti a volte non sono all'altezza delle aspettative? C'è sempre qualche altra stranezza, qualche altra rarità da vedere, qualche scoperta da fare, qualche sala nella quale rifugiarsi, in mezzo alla gente. Questo è il festival dei percorsi alternativi, dei film incontrati per caso, del piacere che il cinema sembra ancora trasmettere a un pubblico cittadino, di una città che trasuda vitalità e intelligenza.

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