Tentar non nuoce. Anzi, in alcuni casi, paga. Quando un attore comico decide di misurarsi con la recitazione drammatica i risultati possono essere imprevedibili. Ne sa qualcosa Pupi Avati, regista esperto nello sdoganamento dei maestri della risata. Dopo averci provato con Diego Abatantuono, Massimo Boldi, Ezio Greggio e Neri Marcorè, stavolta si affida al re del cinepanettone, Christian De Sica, per il suo nuovo film IL FIGLIO PIÙ PICCOLO. E anche a Hollywood c’è chi, come Steve Martin, cambia registro (in È COMPLICATO, al fianco di Meryl Streep). Ecco perché in tanti provano a non farci più ridere
Tutti i comici, ignari delle invidie che suscitano grazie ai loro successi ma consci delle malignità profuse dai colleghi “seri”, tentano prima o poi la strada del dramma. Una tappa che coincide spesso con la mezza età e le crisi, professionali e psicologiche, che essa comporta. Il 2010 è l’anno di Christian De Sica. Reduce dal trionfo di Natale a Beverly Hills, cinepanettone superstar al botteghino, ha deciso di riprendersi i sorrisi e cercare di elargire qualche lacrima. Una decisione arrivata dopo decenni di paragoni impietosi col padre Vittorio e impegni rituali, che si trattasse di fiction o lungometraggi. La campagna promozionale di Natale a Beverly Hills l’ha visto al contempo presente e assente, forse saturo della sufficienza della stampa e del clima poco salubre che, si dice, si è creato sul set americano. La barba incolta sfoggiata negli ultimi mesi è il suo nuovo look, una necessità imposta dalle riprese di Il figlio più piccolo, l’opera che lo vedrà debuttare in un ruolo drammatico il prossimo 19 febbraio. È stato Pupi Avati a volerlo nella parte di un truffatore che lascia la fidanzata, già madre di due bimbi piccoli, all’altare, rubandole gli appartamenti di famiglia. Anni dopo, in piena crisi economica, si rifà vivo per coinvolgere il figlio minore, ingenuo come la mamma, in una spietata speculazione. Nel cast, oltre a De Sica, troviamo Luca Zingaretti e Laura Morante. Il regista bolognese, dello sdoganamento dei comici italiani in parti serie sembra aver fatto una crociata. Iniziò tutto nel 1986 con Regalo di Natale. Diego Abatantuono, dopo aver visto tramontare la fortuna del suo “terrunciello”, ritrovò la strada del successo grazie a un’interpretazione intelligentemente misurata. A salvarlo contribuirono anche una sceneggiatura eccellente e il paracadute offertogli dal lavoro corale di tutto il cast. Non andò altrettanto bene a Massimo Boldi, che Avati diresse nel flop Festival (1996). L’interpretazione era rigida e il film, come ammise in seguito lo stesso regista, eccessivamente melodrammatico. È toccato poi a Neri Marcoré (Il cuore altrove), le cui doti comiche, sommate alla naturale spontaneità, si sono trasformate in un impasto riuscito seppur ripetitivo di mezzi toni. In La seconda notte di nozze si misurava accanto a un altro comico diventato attore drammatico: Antonio Albanese (sdoganato da Carlo Mazzacurati in La lingua del santo). Ezio Greggio, poliziotto fascista in Il papà di Giovanna, schiacciato tra il grande Silvio Orlando e la giovane Alba Rohrwacher, è apparso invece spaesato, tutto intento a giocare al ribasso pur di non stonare, tanto da diventare invisibile. Ma perché rinunciare a elogi e visibilità per poi rendersi vulnerabili in territorio “nemico”? Alcuni lo fanno in preda a un desiderio sincero di progresso personale, altri per gioco, molti subiscono lo snobismo di una cultura che ha sempre lasciato i maestri della risata in seconda fila. Paolo Villaggio, prima di essere chiamato da Fellini a interpretare La voce della luna, sosteneva di non riuscire a farsi salutare da Margherita Buy. Uno scherzo, sì, ma con un fondo di amara verità. Ci hanno provato tutti, nel passato e nel presente, a saltare la staccionata: Lino Banfi è diventato l’eroe della fiction familiare e lacrimosa; Bud Spencer si è fatto portare in Cina da Ermanno Olmi (Cantando dietro i paraventi); Terence Hill non si toglie più le vesti di Don Matteo; Nino Frassica è stato un mafioso in tv (L’ultimo padrino); Faletti ha fatto Notte prima degli esami e Cemento armato; Aldo Baglio e Ficarra e Picone sono in Baarìa. Una moda che affonda le radici nel passato: ancor prima che Massimo Troisi commuovesse il mondo col Il postino, molti nostri giganti della risata si erano scontrati col dramma. Alberto Sordi era stato Un borghese piccolo piccolo, Vittorio Gassman in Profumo di donna, Ugo Tognazzi in La tragedia di un uomo ridicolo, Totò alla corte di Pasolini per Uccellacci e uccellini, Walter Chiari in Romance. D’altronde anche a Hollywood, dopo che Jerry Lewis ci ha provato con Re per una notte di Martin Scorsese, è stato tutto un migrare di clown sui sentieri della malinconia: Jim Carrey si è rivelato quasi più bravo a far piangere, lo abbiamo scoperto vedendolo indifeso e trasognato nel bellissimo The Truman Show e la conferma è arrivata quando gli è stato negato un Oscar dovuto per Man on the Moon (senza dimenticare il cult Se mi lasci ti cancello). Adam Sandler ha dato prova di sé trasformandosi in un vedovo dell’11 settembre in Reign Over Me e ci ha regalato l’interpretazione di una vita pochi mesi fa, sotto l’occhio vigile di Judd Apatow, in Funny People, nel quale è un comico egoista e malato. Eddie Murphy ha ricevuto una nomination grazie al suo ruolo in Dreamgirls, deluso dalla sconfitta sembra, però, aver deciso che il dramma non fa per lui. Il 2009 è stato anche l’anno di Cameron Diaz (La custode di mia sorella) mamma melodrammatica, mentre nel 2010 Steve Martin (È complicato, in uscita a marzo) è alla ricerca di mezzi toni più raffinati rispetto agli eccessi slapstick delle sue pantere rosa. Ma la lista è ancora lunga: Tom Hanks, che iniziò con Splash - Una sirena a Manhattan e Big, ha vinto due Oscar e oggi si dedica quasi esclusivamente a ruoli seri; Meg Ryan che nel 2003 da un colpo di coda alla sua immagine di fidanzatina d’America con il controverso In the Cut. Dan Aykroyd (ve lo ricordate in A spasso con Daisy?) Robin Williams, Bill Murray, Will Smith e Whoopi Goldberg fanno avanti e indietro tra la commedia e il film drammatico. La mutazione, però, agli americani sembra venire più spontanea: eppure, come i nostri comici, molti di loro sono nati in tv e hanno subito le dure leggi dell’avanspettacolo. Sono anche soggetti al proverbiale razzismo che separa il palcoscenico dalla televisione e la televisione dal grande schermo: basta chiederlo ai tanti attori brillanti emersi sul piccolo schermo e rifiutati dal grande (come Felicity Huffmann di Desperate Housewives, alla quale è stato concesso solo il bellissimo Transamerica prima di rientrare in scuderia). Loro sembrano però avere una cosa che a noi ancora manca: l’umiltà di studiare, provare e riprovare. Hanno scuole durissime, che preparano professionisti capaci di recitare, cantare e ballare (avete notato quanti attori americani e inglesi sono in grado di cimentarsi con il musical?). Ma, soprattutto, non conoscono i travasi professionali all’italiana, dove soubrette, calciatori e presentatori possono cimentarsi senza timore davanti alla cinepresa. Con risultati spesso discutibili. Perché comici forse si nasce, ma attori si diventa.
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