Drag Me to Hell
Con
NICK FAQ - Si può fare un film più idiota di Frozen?
Un ipotetico censimento delle manifestazioni di idiozia legate al cinema sarebbe, oltre ad ardua impresa, decisamente composito: c’è l’idiozia in quanto soggetto cinematografico, magari nell’accezione doestojevskiana, nel cinema filosofico dei fratelli Coen o nel cinquanta per cento delle pellicole di Kubrick, l’idiozia rivendicata come modus vivendi negli Idioti di Von Trier, o l’idiozia ricercata, elevata a fine ultimo, quella di cui si impregnano programmaticamente i film cosiddetti “demenziali”. Ci sono i The Stupids di John Landis e La cena dei cretini di Francis Veber, così come L’adorabile (e presunta tale) idiota Brigitte Bardot nell’omonimo film di Molinaro. C’è l’idiozia trash manifesta dei film Troma, ben riassunta in titoli come Surf Nazis must die!, Chopper Chicks in Zombietown o Killer Condom. Ma c’è anche l’idiozia del pubblico pagante che in (multi)sala guarda lo schermo del cellulare anziché il film e c’è l’idiozia dei titolisti italiani, quelli che Jeff Costello si tramuta, inspiegabilmente, in Frank Costello, faccia d’angelo. Poi, ovviamente, c’è l’idiozia suo malgrado, quella involontaria in cui si perde la sceneggiatura in corso d’opera, la caduta di tono nella scrittura dovuta a scarso talento o a scarsa fiducia nelle capacità degli spettatori, in un circolo vizioso dove l’ottusità non può che cullarsi beata. Tra i titoli di punta presentati al Sundance lo scorso gennaio, Frozen di Adam Green presenta tutti i requisiti per esemplificare un particolare tipo di idiozia, quella relativa allo sfruttamento a oltranza di un’idea, fino all’assurdo, sommando ingredienti del modello meno uno, in questo caso l’ambientazione: portate alla memoria Open Water, operina horror di qualche tempo fa, spacciata come tratta da una storia vera, in cui due personaggi venivano abbandonati in mare aperto e infestato da squali; Frozen riprende l’ansia per l’immensità degli spazi, il terrore dell’uomo a contatto con la natura e l’inabissarsi davanti a ciò delle dinamiche psicologiche del gruppo, caratteristiche che hanno fatto di Open Water un piccolo cult, e le trasla dall’oceano al cielo. Tre studenti decidono di trascorrere un fine settimana sulle nevi del New England, ma la legge del taglione si scaglia impietosa e sin troppo esigente contro di loro; non hanno pagato per salire sull’impianto di risalita, che paghino con la vita: la seggiovia, infatti, subisce un black out e ai protagonisti si prospetta un week end sospesi nel vuoto, in balia del gelo e, come se non bastasse, di un’imminente tormenta di neve. Uno spunto, oltre che idiota, meno eccezionale del previsto: è paradossalmente accaduto lo scorso gennaio in Valle d’Aosta, dove 90 sciatori sono rimasti bloccati a mezz’aria all’altezza di 2.500 metri. Certo, nell’epoca del riciclo costante un cambio di sfondo è già un buon segno, perché a Open Water era seguito anche l’apocrifo, patinato e teutonico Open Waters 2- Adrift, sequel/remake di efficacia pressoché nulla. Ecco l’idiozia dell’exploitation: l’aderenza ad una ricetta di conclamato successo diviene l’unica missione, in attesa del riscontro economico previsto. Modelli celebri sono declinati, così, nelle maniere più improbabili: che dire di The Calcium Kid, figlio “semiparodistico” (M. Morandini) di Rocky, in cui un ancora sconosciuto Orlando Bloom, professione: lattaio, giunge a sfidare un campione di boxe nella certezza della resistenza delle proprie ossa dense di temprante calcio assunto via latte? E di The Call: Final - degenerazione di The Call, a sua volta filiazione non legittima di Ringu - in cui la maledizione telefonica viaggia via sms e gli studenti di una scolaresca se la rimbalzano inoltrando messaggi l’uno all’altro (sic!/sigh!)? Come ha dimostrato bene Sam Raimi con la saga di La casa o anche con il recente Drag Me to Hell, l’horror inteso come genere gioca su una linea sottilissima, oltre la quale impera l’idiozia: per la serie mostri dal passato o da mondi fantastici che vede nel Freddy Kruger di Nightmare un caposaldo e nella creatura di Jeepers Creepers un buon epigono, la fata dentina (suvvia) protagonista dell’inguardabile Al calar delle tenebre pare, ad esempio, un nemico ancestrale un po’ azzardato. Di operazioni meramente commerciali trattasi, pensate per cavalcare l’onda di illustri precedenti o mode del momento, oppure prodotti pensati per sfruttare le ultime convulsioni di mercati prossimi alla morte, magari attraverso il canale dell’home entertainment, senza nemmeno prendere in considerazione le vie della sala cinematografica. S. Darko, sequel non desiderato del cult Donnie Darko, insegna: nessun legame produttivo con il precedente, semplicemente una sciatta rielaborazione di tematiche ed espedienti destinata al mercato dvd (anche se da noi è stato proposto nei cinema a inizio stagione); risultato? Bilancio in attivo, nonostante tutto, idiozia compresa. L’elenco di sequel da tubo catodico o noleggio involontario è interminabile, ma una menzione d’onore va a Hypercube- The Cube 2, definibile facilmente crimine contro l’umanità: rifacimento mascherato da seguito del piccolo gioiello di Vincenzo Natali, propina nuovamente otto personaggi che si trovano inspiegabilmente all’interno di un cubo, ma questa volta, dietro l’angolo, nasconde una serie di realtà parallele in procinto di implodere l’una nell’altra, una recitazione sotto i limiti della decenza e una progressione drammatica nulla. I vertici dell’idiozia della riproposizione seriale di personaggi e idee, quelle vette che raggiungono il cielo del sublime (o del guilty pleasure per essere più pragmatici), vengono però toccati da una particolare tipologia di film, i crossover, eredi degli incontri/scontri propugnati dall’universo fumettistico: ma se Iron Man che incontra Hulk (come pare accadrà prossimamente) è ontologicamente accettabile, se Alien Vs Predator ha salde radici videoludiche che il grande schermo semplicemente riprende, cosa dire di antiche perle ineguagliate del calibro di Zorro contro Maciste o Maciste contro il vampiro? Cose da far impallidire il recente (e ambiziosetto) Vampires vs Zombies o lo scontro tra rettili nel tv-movie Boa vs Python (al cui confronto Snakes on a Plane pare girato con la leggiadria di un Truffaut) ma non certo titoli come Il lupo mannaro contro la camorra, Le notti erotiche dei morti viventi e l’incommensurabile classico Santa Claus Conquers the Martians. O, per concludere, l’irraggiungibile vertigine di Mafia vs Ninja. Al crocevia tra vampirizzazione commerciale e deliziosa implausibilità totale, sono titoli, questi, capaci di comunicare più di quanto possa fare una sinossi.
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