Bruno
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NICK FAQ - Perchè la Cina ha bandito Avatar?
In ogni suo aspetto, Avatar non smette di essere un caso. Il fanta-kolossal di James Cameron è stato bandito in Cina, nonostante i (o forse proprio a causa dei) favolosi incassi che stava facendo registrare. Le autorità cinesi hanno ordinato il ritiro del film dalle sale a partire dal 22 gennaio, lasciando in circolazione solo le copie in 3D (una decisione che suona come una beffa, dal momento che le sale attrezzate in Cina sono un numero esiguo), e la China Film Group Company, la società che distribuisce la pellicola, non ha potuto che adeguarsi. Nonostante manchino delle motivazioni ufficiali, sembra di essere davanti a una censura di tipo nazionalistico (si congettura che, bloccando Avatar, le autorità cinesi garantirebbero il successo di Confucius, costoso film sponsorizzato dal governo sulla vita di Confucio interpretato dal grande Chow Yun-fat, uscito nelle sale cinesi il 23 gennaio). Ma nonostante la notizia sia stata riportata generalmente come ennesima testimonianza del regime censorio cinese, va detto che in Cina, per legge, non vengono distribuiti più di 20 titoli stranieri l’anno, e che Avatar è stato comunque al cinema per due settimane facendo registrare incassi record. Il rapporto tra arte e regime in Cina è in fase di profonda discussione. Da un lato il governo continua a finanziare progetti di taglio propagandistico, come il recente kolossal storico The Founding of a Republic, per celebrare i 60 anni della Repubblica Popolare. Dall’altro, nella global era, gli effetti del suo intervento sull’arte e la cultura non possono essere celati al resto del mondo. Lou Ye, il cinea-sta 44enne “dissidente” che è stato diffidato dal regime dal produrre film in Cina per cinque anni, è uno dei casi più eclatanti di censura ad personam. La scomunica per Ye è scattata al suo quinto film, Summer Palace (2006), storia torbida di due amanti a Pechino durante il 1989, l’anno di Tien-An-Men, proiettato al festival di Cannes senza il permesso del governo cinese, ma il regista aveva già avuto problemi censori con il precedente Purple Butterfly (2003), sul conflitto tra Cina e Giappone. La sua ultima fatica, Spring Fever (2009), coproduzione tra Hong Kong e la Francia, è passata in concorso all’ultimo festival di Cannes, dove ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura ed è stato uno dei “casi” della kermesse. Se si intuisce perché un film come Brokeback Mountain (2005) di Ang Lee sia stato bandito, risulta più complessa da comprendere la censura contro una rappresentazione offensiva dell’identità nazionale, al punto che in Cina è stato vietato il blockbuster hollywoodiano Pirati dei caraibi 3 - Ai confini del mondo (2007) per via del personaggio interpretato da Chow Yun-fat (che offriva un ritratto stereotipato e negativo del popolo cinese), e addirittura The Departed (2006) di Scorsese, bollato come “inappropriato” per le tre righe di dialogo sul traffico di avanzata tecnologia militare coi cinesi (abbiamo capito bene?). In Italia, dove il fenomeno ha segnato la storia del nostro costume (Ultimo tango a Parigi), l’ultimo film ufficialmente vietato è Totò che visse due volte (1998) di Ciprì e Maresco. Tutt’altra frequenza rispetto ai Paesi del Medio Oriente – in Libano hanno proibito Valzer con Bashir, per ovvie ragioni politiche - e del Sud-Est Asiatico, come in Malesia, dove è bandito persino Judd Apatow. O in Indonesia, altro paese dal rapporto difficile con la cultura, dove il recente film, Balibo (2009), è stato vittima di censura politica e ideologica vera e propria. Proviamo a ricostruire la vicenda. Timor Est, pieno sud-est asiatico, ottobre 1975: mentre l’esercito indonesiano si prepara a invadere il piccolo Stato, cinque giornalisti – due australiani, due inglesi e un neozelandese – scompaiono. Quattro settimane dopo Roger East (Anthony La Paglia, anche co-produttore), veterano corrispondente di guerra, viene invitato nello stato dal giovane e carismatico presidente José Ramos-Horta (Oscar Isaac), per raccontare la storia del suo Paese e scoprire che cosa è accaduto ai cinque colleghi. Questo il plot di Balibo, “political-thriller” diretto da Robert Connolly (che aveva esordito con il giallo finanziario The Bank, 2001, uscito al cinema anche da noi) e basato sul libro Cover Up di Jill Jolliffe, che ha scatenato tensioni diplomatiche fra l’Indonesia e l’Australia. Il film infatti è stato bandito nello stato-arcipelago da parte della commissione di censura, in quanto “non obiettivo e perché potrebbe riaprire vecchie ferite”. Quali? Quelle, appunto, mai sanate, che sono raccontate nel film. Nel 2007 infatti, il governo australiano aveva condotto delle inchieste che confermavano il coinvolgimento e le responsabilità dell’esercito indonesiano nella vicenda, arrivando a stabilire che i cinque giornalisti fossero stati deliberatamente uccisi dalle forze speciali dell’esercito indonesiano. La versione ufficiale di Jakarta è che i giornalisti furono uccisi dal fuoco incrociato durante una battaglia. Il film di Connolly ha avuto la sua anteprima mondiale il 24 luglio scorso al Melbourne Film Festival, alla presenza del presidente di Timor Est, José Ramos-Horta, e doveva essere proiettato anche al Jakarta Film Festival a dicembre, per la prima volta in Indonesia, ma è stato impossibile a causa dell’anatema dello LSF, l’organo di censura del governo. Una ferita mai rimarginata, che il film ha acutizzato. Timor Est, ex colonia portoghese di quasi un milione di abitanti, è stata invasa e annessa all’Indonesia nel dicembre del 1975, con la complicità, sul piano diplomatico, degli Stati Uniti, dopo che aveva dichiarato l’indipendenza dal Portogallo nemmeno un mese prima (in novembre): indipendenza “virtuale”, poiché nel quarto di secolo successivo l’esercito e le squadre della morte indonesiane e anti-indipendentiste hanno fatto stragi di circa duecentomila civili. Solo dopo la caduta della dittatura e solo nel 1999 si è tenuto un nuovo referendum per l’indipendenza, vinto dalla fazione indipendentista, seguito da un’ondata di violenza interrotta solo dall’intervento delle Nazioni Unite. A tutti gli effetti, Timor Est è diventato indipendente solo nel maggio del 2002, quasi trent’anni dopo la dichiarazione di indipendenza dal Portogallo, e a tutt’oggi è uno Stato in via di formazione, ancora ricco di tensioni – l’11 febbraio del 2008 un gruppo di militari ribelli ha tentato un golpe, attentando alla vita del presidente Ramos-Horta. Facile capire perché una vicenda come quella dei “Balibo Five” sia in qualche modo ancora scomoda, e facile anche capire il perché la storia di Timor Est sia così generalmente rimossa (troppo simile a tante altre, a tutte le dittature occidentali che la Storia recente abbia conosciuto). Meno facile capire perché oggi, nel 2010, uno stato come l’Indonesia “perda tempo” a bandire un film – e in generale meno facile capire il perché un film ancora oggi debba subire una censura ideologica (perché certamente Balibo non è stato censurato a causa della violenza o dei contenuti sessuali). Sostenuto da un sito web costantemente aggiornato, che pare più un portale d’informazione che un veicolo promozionale (www.balibo.com), Balibo si sta facendo strada attraverso il cirucito dei festival, e l’Alliance of Independent Journalists, in segno di protesta, ha mostrato il film in diverse occasioni in giro per il Paese e ha divulgato copie illegali del dvd. Uno di quei casi in cui la pirateria aiuta la diffusione delle idee. Infine, va sottolineato che ci sono casi in cui la censura è ricercata, soprattutto per farsi pubblicità: Sasha Baron Cohen, con Brüno ma soprattutto con Borat, detiene un record di divieti che lo accomuna ai peggiori criminali del pianeta (Borat è stato vietato in tutto il mondo arabo e in Russia). Segno che ogni nazione ha il suo immaginario proibito, e che alcuni Paesi, nonostante la rapida evoluzione economica, conservano retaggi culturali difficili da sradicare.

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