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Lofoten

 

redazione nick

Settecento persone per 11 km quadrati di superficie: sono i cittadini di Røst, contea di 365 isole e faraglioni sperduti nell’estremo Nord (dov’è ambientato l’omonimo film di Rune Denstad Langlo), oltre il circolo Polare Artico, nel Sud dell’arcipelago norvegese delle Lofoten. La densità abitativa è più o meno la stessa ovunque. Tutta gente cordiale, che parla poco e sottovoce, ringrazia il mare e rispetta il sole (anche quando si ostina a non andare a dormire). Lo sport principale, oltre che il mezzo di sussistenza, per tutti è la pesca del merluzzo. A marzo si tengono i campionati mondiali di chi ne prende di più, a maggio il festival di musica Codstock, che, nel nome, mescola i termini Woodstock e cod, cioè merluzzo, appunto. Da gennaio ad aprile, quando l’acqua fredda dell’Atlantico si mescola a quella tiepida del Golfo e le aringhe si riproducono, gli abitanti vivono la loro stagione più attiva. Ogni maledetta alba gli adulti escono a sfidare le correnti del Maelstrom, sotto i cui flutti finivano (male) i racconti di Edgar Allan Poe. E ogni giorno, dopo scuola, i bambini corrono negli stabilimenti per togliere le lingue ai pesci: le loro dita sottili sono indispensabili per non rovinarle. Nel menu dei grandi ristoranti, fritte secondo tradizione, sono l’antipasto più costoso. Il livello dei prodotti sulle tavole è alto (come il prezzo), ma una puntata al Quentin Pub, nel cuore di Røst, permette di provarli senza spendere un capitale: filetto di renna, carpaccio di balena e formaggio di capra innaffiati di grappa alle bacche artiche, in compagnia dei pescatori. Il cibo serve a ingannare l’attesa, fino all’estate: quando l’aria si scalda (un po’) e arrivano i “turisti”. Ornitologi, pittori, birdwatcher, scrittori e curiosi della terra allo stadio primordiale: perché così è il paesaggio delle Lofoten, pinnacoli neri spruzzati di neve che sbucano dall’Oceano. Giugno è uno spettacolo fugace: i prati tra le montagne e le spiagge bianche (che regalano al mare del Nord sfumature turchesi similcaraibiche) si riempiono di flora artica, dalla vita breve. L’arcobaleno si arricchisce dei colori delle rorbu, palafitte di legno dipinto di rosso, ocra, verde o bianco, che punteggiano i fiordi. Le stesse che in inverno sono state
il pied-à-terre dei pescatori stagionali e dove sono stati messi a essicare, eviscerati e puliti, gli stoccafissi. I filari (e l’odore) sono parte integrante della scena. Le rorbu più richieste sono quelle di Henningsvær, la Venezia del Nord, dove si concentrano gallerie di artisti e laboratori del vetro. Le quattro isole principali oggi sono collegate da tunnel subacquei e ponti, percorse dalla E10, la route 66 delle Lofoten, con tratti a picco sul mare, sotto un cielo d’inchiostro. Per raggiungere l’estremo nord si deve imboccare la E6, infilarsi in un dedalo di fiordi e isole. Ci si può fermare a dormire in tenda, in riva al mare, o nelle case dei pescatori. Si raggiunge, infine, Tromsø, la città più settentrionale della terra, universitaria, piena di vita. È mezzanotte e il sole non smette di tramontare, nel luogo che è principio e fine del mondo.

Informazioni: http://www.visitnorway.com

Tour: www.fjordtravel.no

Trasporti: http://www.hurtigruten.com

Meteo: http://www.yr.no

Aereo: http://www.flysas.com, da Milano e Roma Abodo Via Oslo; la compagnia Wìdaroe (http://www.wideroe.no) prosegue per Rjast, Vaeroy, Moskenes (i tre aeroporti delle Lofoten)