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Avatar: the game

 

Jacopo Prisco

Partiamo dagli elementi positivi: Avatar è qualcosa di più di un semplice tie-in tratto dal film più atteso dell’anno. È un gioco che si sforza di offrire un’avventura prolungata (la storia principale impegna per almeno 15 ore), un’ampia modalità multigiocatore e persino un sottogioco slegato dalla trama, Conquest, che sposta il ritmo dell’azione dallo sparatutto in terza persona dell’avventura principale a un classico strategico a turni, che ricorda molto RisiKo. Insomma di carne al fuoco ce n’è, quindi stupisce che manchi ciò che sarebbe più lecito aspettarsi: la storia. Poco o nulla dei retroscena relativi alle vicende di Pandora, del prezioso minerale unobtanium e degli indigeni Na’Vi è rivelato al giocatore, prima che questi si ritrovi senza particolari motivazioni a fare a botte nella giungla. Ben presto eccoci di fronte a una scelta radicale: stare dalla parte degli RDA, i soldati di casa nostra interessati allo sfruttamento delle risorse del pianeta, o da quella degli autoctoni e longilinei Na’Vi; il problema è che le conseguenze di questa scelta sono difficilmente apprezzabili, perché le sequenze d’intermezzo e l’incerta recitazione dei personaggi non aiutano a sentirsi parte degli eventi. L’unica differenza evidente sta nel fatto che schierandosi con la fanteria dello spazio si ottiene un più elevato tasso d’azione, mentre la confraternita degli E.T. dalla pelle blu costringe a un approccio più tattico e rifinito. Rimane difficile per il giocatore ottenere motivazioni dalla debole trama, quindi si finisce per apprezzare soprattutto l’efficace meccanica di combattimento e la notevole qualità delle ambientazioni, da cui si evince come parte del lavoro svolto per il film sia stato qui eccellentemente integrato. Chi dovesse avere un televisore capace di mostrare immagini in 3d stereoscopico (con relativi occhiali LCD), potrà perfino godersi il primo videogioco della storia in vero 3d, anche se da noi questi schermi sono ancora pressoché introvabili. Parlando di film si cita spesso il “production value”, parametro che nulla ha a che vedere con la qualità artistica ma esprime il livello di investimento e di competenza profusi in un determinato progetto. Tale valore è qui elevatissimo e si vede, ma scartato il prestigioso involucro rimane un nucleo che lascia insoddisfatti: la rivoluzione promessa da Cameron, che ha investito tempo e risorse personalmente in questo gioco, per ora non è arrivata.


In collaborazione con Filmtrailer.com

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James  Cameron

regista

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Sigourney  Weaver

attore protagonista

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Zoe  Saldana

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