Cosa racconta l’uomo che verrà?
Marcello Zuccotti
NICK FAQ - Cosa ci racconta l'uomo che verrà?
A Monte Sole, tra il 29 settembree il 5 ottobre 1944, nei territori di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, si consuma uno dei più terribili massacri, per numero di vittime e per ferocia, compiuto dai nazisti in Europa. L’eccidio è noto come la strage di Marzabotto: 770 persone uccise, nella quasi totalità donne, anziani e soprattutto bambini. Nel 1951 si apre un processo nei confronti del maggiore Walter Reder, ufficiale delle Waffen-SS in Italia durante la Seconda guerra mondiale. Reder viene condannato all’ergastolo, come unico responsabile della strage, da un tribunale militare di Bologna. Nessuno degli ufficiali che assieme a lui compirono il massacro viene chiamato in causa. Graziato dal governo austriaco nel 1985, morirà a Vienna, da uomo libero, nel 1991. E sui fatti cade l’oblio. Nel 1994 il procuratore Antonio Intelisano, scopre nello scantinato di un palazzo romano che ospitava gli uffici della procura militare, un armadio contenente 695 fascicoli “archiviati provvisoriamente”, o meglio occultati subito dopo il conflitto bellico, riguardanti crimini di guerra commessi da tedeschi e repubblichini. Ribattezzato “l’armadio della vergogna”, data l’enorme quantità di inchieste archiviate che contiene, si rivela essere una fonte preziosissima per ricostruire una fetta della storia d’Italia oscura e dimenticata. Ed è proprio grazie a questo ritrovamento che nella Primavera del 2005, il procuratore militare di La Spezia, Marco De Paolis, comincia a raccogliere prove e testimonianze che porteranno alla riapertura del caso fino al processo di appello conclusosi nel 2008. Risultato? Su diciassette SS indagate, nove sono state condannate in via definitiva. L’eco scatenata da questo processo, celebrato con ben sessantadue anni di ritardo, permette alla “macchina della memoria” di rimettersi in moto. Nel 2008 a Venezia viene presentato un documentario, Lo Stato di eccezione. Processo per Monte Sole 62 anni dopo, diretto da Germano Maccioni. Il film, realizzato con il finanziamento della regione Emilia Romagna, si concentra sulla cronaca giudiziaria del dibattimento, arricchita dalle sofferte e dolorose testimonianze dei sopravvissuti all’eccidio. Non è che il primo passo per la realizzazione di un film. La sceneggiatura di L’uomo che verrà è il risultato della collaborazione tra Giorgio Diritti, regista già ammirato da critica e pubblico per Il vento fa il suo giro, e Maccioni stesso. Presentata al Festival Internazionale del Cinema di Roma 2009, la pellicola fa incetta di premi vincendo il Marc’Aurelio d’Oro del pubblico al miglior film e il Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio d’Argento. Inoltre, una giuria composta da ragazzi tra i sedici e i venticinque anni, assegna alla pellicola il Premio della Gioventù. Un importante riconoscimento per un lavoro che fa della testimonianza e del mantenimento della memoria presso le nuove generazioni, uno dei suoi obiettivi principali. L’uomo che verrà è la guerra vista con gli occhi di una bambina di otto anni, diventata improvvisamente muta a causa dello shock riportato per la morte del fratellino. Ma soprattutto è una storia corale, la storia di una comunità contadina che affronta la guerra con l’unico strumento che possiede: il quotidiano. La naturalezza della vita dei campi con tutto il suo vissuto fatto di gesti antichi, lenti e semplici, l’uso del dialetto bolognese attraverso il quale il regista ribadisce ancora di più la distanza che c’è tra questo mondo e l’odio insensato dell’esercito tedesco, sono gli strumenti, gli unici che questa gente possiede, per arginare in qualche modo la violenza e l’orrore che li sta per sopraffare. Ma Marzabotto purtroppo non è un episodio isolato. Dal famigerato “armadio della vergogna” emerge una serie impressionante per quantità, di crimini commessi da tedeschi e repubblichini ai danni della popolazione civile. Alcuni già noti ma per la maggior parte sconosciuti o peggio dimenticati. Barletta, Boves (il primo massacro di civili durante la resistenza), Matera, Nola (la più grave strage nazista in Campania), Montemaggio, Gubbio... tutti luoghi che tra il 1943 e il 1945 sono stati teatro di eccidi compiuti dall’esercito tedesco in ritirata. Per intuibili ragioni, in particolare la necessità di preservare i rapporti diplomatici tra l’Italia e le potenze vincitrici, questi episodi sono stati archiviati e dimenticati, senza processi né risarcimenti. Negli anni il cinema è in parte riuscito a indagare e a fare emergere la verità, o per lo meno a fare conoscere eventi che altrimenti sarebbero stati sepolti dal tempo. La strage delle Fosse ardeatine, forse l’episodio più famoso in questo senso, anche per il lunghissimo processo che ne è seguito con le condanne di Herbert Kappler e di Erich Priebke, già nel 1973 diviene un film intitolato Rappresaglia. Forte di un cast di tutto rispetto che vanta Marcello Mastroianni e Richard Burton punta il dito sulla violenza e la crudeltà disumana dell’esercito tedesco. E ancora, La notte di san Lorenzo dei fratelli Taviani del 1982, incentrato sulla strage del Duomo di san Miniato, è un elegante affresco di una comunità di contadini che cercano di fuggire dalla guerra per raggiungere l’esercito americano che sta risalendo la penisola. Ancor più significativo da questo punto di vista, è il lavoro di Spike Lee. Miracolo a Sant’Anna, forte anche di una distribuzione chiaramente più capillare, diviene una forte testimonianza visiva di un’altra strage dimenticata, quello di Sant’Anna di Stazzema, nella quale venne coinvolto anche l’esercito americano, impegnato nella difesa della popolazione civile.
Film che divengono strumenti di pubblica utilità e cultura, vero e proprio materiale didattico per il mantenimento e l’educazione alla pubblica memoria. Nomi come Marzabotto, San Miniato, via Rasella, attraverso la loro rappresentazione sul grande schermo, assumono così un nuovo e più profondo significato al pari di luoghi in cui la storia “ufficiale” ha lasciato il segno del proprio passaggio.
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