Prendi i soldi e resta
Serena Brugnolo
Non più statalista come in Francia, non (ancora) capitalista come negli Stati Uniti, l’industria cinematografica italiana si fa glocal, ottenendo finanziamenti da produttori stranieri o, come sempre più spesso accade, dagli enti regionali (vedi, LA PRIMA COSA BELLA di Paolo Virzì o L’UOMO NERO di Rubini, realizzati rispettivamente con il contributo
di Toscana e Apulia Film Commission). Segno che, almeno sul grande schermo, il federalismo
è già realtà
Il cinema italiano soffre di un problema d’immagine. È spesso associato a logiche stataliste e parassitarie, pensiero che trova conferma nello scarso successo di storie piccole, che non fanno sognare. Sono luoghi comuni, e i luoghi comuni contengono sempre una parte di verità. Ma è pur sempre una parte. Oltre ai tradizionali aiuti dati al cinema dal ministero per i Beni e le Attività culturali, oggi trova sempre più spazio il sostegno logistico e finanziario delle Regioni, vincolato a essere reinvestito sul territorio, grazie a cui il cinema italiano non solo arriva nelle sale, ma lascia dietro di sé un’eredità di lavoro e di cultura cinematografica, in quelle zone d’Italia dove quest’industria non era ancora presente. Ne è un ottimo esempio La prima cosa bella, il nuovo film di Paolo Virzì che, riportando il set nella nativa Livorno a dodici anni di distanza dal fortunato Ovosodo, ha movimentato le maestranze e i capitali della città toscana in una direzione nuova. Non a caso i ringraziamenti del regista sono andati, oltre che alla produzione, al sostegno accordato da Toscana Film Commission, che ha fatto, appunto, una prima cosa bella, favorendo la realizzazione della pellicola e poggiando un primo mattone per la creazione di un polo toscano del cinema. Che la realtà sia in evoluzione lo testimoniano anche altri dati: il cinema italiano, a dispetto dei detrattori, va piuttosto bene. Negli ultimi dieci anni l’industria è cresciuta e si è allontanata dal sistema stanco e autoreferenziale degli anni 70 e 80 e ha ricominciato ad avere dei numeri significativi: 121 film prodotti nel 2007, 154 nel 2008, contro i 46 del Regno Unito, 133 della Francia, 115 in Spagna, 78 in Germania, per citare le cinematografie europee più forti. L’assistenza dello Stato era senza dubbio importante fino a una decina d’anni fa, ma, dal 2004, le cose sono cambiate e i contributi del ministero scemati (oggi costituiscono solo il 20% del denaro investito nell’industria). Una percentuale destinata a scendere ancora: per il 2010 il ministero per i Beni e le Attività culturali ha destinato solo 18 milioni di euro alla produzione di film, contro i 110 del 2003 e i 60 del 2007. Per troppo tempo, fare film ha significato usufruire di prestiti statali a fondo perduto, di cui nessuno chiedeva conto, al punto che molti progetti non venivano neppure terminati. In Italia, poi, questi aiuti sono associati allo spettro di corruzione e logiche clientelari, che i dati confermano: solo il 6% dei progetti finanziati dal ministero tra il 1995 e il 2004 ha ottenuto ricavi pari all’investimento iniziale. Un passato inglorioso. C’è però da dire che, in quasi tutta Europa, i governi finanziano il cinema. La Francia, per esempio, è una sorta di Eldorado e, per il 2010, ha destinato 279 milioni di euro alla produzione cinematografica. Una cifra alta, ricavata dalle tasse sul settore: lo Stato francese, infatti, costituisce un fondo per la cinematografia con il 5% dei biglietti venduti, una percentuale versata per legge dalle televisioni a sostegno della cultura, una tassa sulla vendita di video, dvd e sullo sfruttamento in rete dei film. Il sistema, in sostanza, si alimenta da sé e va a supportare il cinema che non è “di cassetta”: i nuovi talenti e i film a cui si riconosce un valore artistico. La Germania, per rilanciare una cinematografia in difficoltà, nel 2007 ha varato un finanziamento di 60 milioni di euro l’anno, prorogato fino al 2012, destinato alle produzioni nazionali e internazionali. Gli esiti non si sono fatti attendere: il cinema tedesco è cresciuto e ha prodotto film come L’Onda e La Banda Bader Meinhof che hanno viaggiato ben oltre i confini nazionali; allo stesso tempo, produzioni americane sono state attratte negli studios tedeschi, come testimonia il kolossal di science-fiction, Ninja Assassin, girato interamente a Berlino. In sostanza, bisogna seminare per raccogliere e far fronte così alla concorrenza europea e mondiale.
In Italia, invece, i denari non solo sono pochi, ma non hanno alcun rapporto con il mercato cinematografico. I fondi per lo spettacolo (Fus) sono decisi dal ministro dell’Economia all’interno della manovra finanziaria per l’anno in corso: la somma è fissata a un tanto e rimane a suo insindacabile giudizio. È un sistema arcaico, paternalistico, ma, soprattutto, inefficiente. Che pone l’Italia al decimo posto per investimenti nella cultura tra i Paesi europei. Se però si considera che l’intervento statale copre solo il 20% dei capitali investiti nell’industria del cinema, mentre l’80% è privato, c’è da consolarsi. Non tutto è perduto. Negli Usa, l’ossatura della produzione è costituita da banche e istituti finanziari, stimolati a investire nello spettacolo attraverso un sistema di sgravi fiscali. Con una buona sceneggiatura e un cast di rilievo, un produttore ottiene un prestito proporzionato alle aspettative di incasso. Da noi, invece, la finanza è diffidente nei confronti del cinema, considerato un’industria fragile e poco affidabile, e gli incentivi fiscali - ossia la detassazione dei capitali investiti nella produzione di film - sono diventati realtà solo dal 14 ottobre del 2009. È una legge che il mondo del cinema chiedeva da tempo, di cui è presto per vedere gli effetti, ma che verosimilmente porterà istituzioni di un certo peso a finanziare le nostre pellicole.
Per ora, quell’80% di capitale privato immesso nel cinema è legato ai network televisivi, protagonisti indiscussi della produzione italiana: Rai e Fininvest-Mediaset, con le società deputate Rai Cinema e Medusa. Dei 121 film prodotti nel 2007, 62 sono targati Rai e 28 Medusa. Seguono, a notevole distanza, due produttori indipendenti: Cattleya (Romanzo criminale, Questioni di cuore) e Fandango (Gomorra, il nuovo Muccino di Baciami ancora), con 9 film ciascuno. Dietro di loro, una moltitudine di produzioni piccole, che mettono a segno pochi titoli l’anno, e altre piccolissime, che realizzano una sola opera in un ampio arco di tempo. Neppure Rai e Medusa, però, finanziano i progetti al 100%, se non in casi rari. Tutti lavorano in un regime di compartecipazione: con lo Stato, con l’Ue, con entità private. Il gruppo Fox di Murdoch, attraverso il braccio italiano Sky Cinema, finanzia con quote minoritarie 15 film l’anno. Le major americane investono di rado nel nostro cinema, considerato poco esportabile: fa eccezione solo Warner Bros, che ha contribuito a Romanzo criminale, Si può fare, Solo un padre, per citare alcuni titoli. L’Unione europea aiuta il cinema d’autore – tra gli ultimi beneficiari Nanni Moretti, Gianni Amelio, Silvio Soldini, Saverio Costanzo –, con un contributo massimo di 600mila euro, cifra minima se rapportata ai costi totali di un film. A sostenere la produzione, come si accennava, ci pensano sempre più spesso le Regioni (che mettono a disposizione locations, assistenza alle troupes e, in certi casi, anche denaro liquido), veicolando fondi europei per la crescita del terziario e per il turismo, e ricavandone un ritorno d’immagine, la riqualificazione del territorio, la creazione di nuove professioni. Il Piemonte ha fatto di Torino un polo produttivo alternativo a Roma, il Lazio dà, ogni anno, 6 milioni di euro al cinema, la Sicilia ha contribuito con 4 milioni a Baarìa di Tornatore, la Toscana ha varato un consistente piano di investimenti per il 2010. Nel cinema, il federalismo è già una realtà.
Una via alternativa è la coproduzione con l’estero: a dicembre abbiamo visto Dieci inverni di Valerio Mieli, storia sentimentale ambientata tra Italia e Russia, mentre è in uscita Io sono l’amore di Luca Guadagnino, presentato a Venezia e prodotto col Regno Unito da Tilda Swinton, protagonista del film. La coproduzione in Italia, però, è spesso motivata più da esigenze economiche che di copione. Si va all’estero per reperire quei fondi che non si trovano in patria e di nuovo si torna in Francia, che è, come si è detto, una sorta di terra dell’Eldorado. Oltralpe, non solo i finanziamenti statali sono efficaci, ma gli istituti di credito, su modello di quelli americani, lavorano con lo spettacolo. È così che molti dei nostri autori hanno consolidato delle partnership con produttori francesi, che permettono loro di completare i budget, affacciarsi sul mercato internazionale e mantenersi indipendenti dal sostegno statale e dai finanziamenti delle reti Tv. Nanni Moretti usa da anni questa modalità produttiva, ma anche chi non gode del suo credito, a Parigi e dintorni può trovare un appoggio: Il divo di Paolo Sorrentino, Il grande sogno di Michele Placido, Mio fratello è figlio unico di Daniele Lucchetti sono stati tutti realizzati con una produzione francese. In definitiva, fare il produttore in Italia è un mestiere molto creativo. Vuol dire lavorare in un sistema che non è più statalista, ma non è ancora capitalista, dove le leggi si adeguano lentamente al cambiamento, ma intanto i film continuano a essere prodotti e visti. Se, nella confusione tutta italiana di regole e di modelli, il nostro cinema non solo è cresciuto negli ultimi dieci anni, ma ha fatto emergere nuovi talenti e coltivato i meno nuovi, significa che qualcuno dev’essere stato particolarmente bravo. E che più di qualcuno il cinema continua a farlo, nonostante tutto.
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