Qualcosa è (davvero) cambiato

Sergio Fabbri

Un anno fa, Barack Obama entrava alla Casa Bianca. Accompagnato da grandi speranze che, oggi, per molti sono andate deluse. Ma quel che ha fatto il Nobel per la pace è meno importante della sua vittoria, che al contrario ha già avuto molti effetti. Come a Hollywood, che torna a parlare di temi divenuti tabù durante l’amministrazione Bush: dall’integrazione (vedi PRECIOUS e LA PRINCIPESSA E IL RANOCCHIO) alla guerra (THE MESSENGER e TAKING CHANCE)

Il cinema a stelle e strisce è un buon termometro per misurare la febbre degli Usa e del mondo. Non solo. Spesso il termometro più esatto è proprio il cinema di genere o il blockbuster, considerato di serie B dalla critica snob. Basta osservare alcuni titoli pop dell’ultimo decennio per trovare film che riflettono il sentire diffuso di un pubblico molto vasto, per lo più non limitato ai confini statunitensi. La guerra dei mondi, The Village, Cloverfield, per esempio, hanno mostrato la paura atroce di un attacco “alieno” e nemico dopo l’11 settembre, forse persino in maniera più efficace di qualsiasi documentario o saggio scritto. La Terra dei morti viventi, l’episodio Homecoming della prima serie tv Masters of Horror, Redacted, Diary of the Dead hanno messo a fuoco la mostruosità della guerra, della bestialità (dis)umana e la mostruosità dei media che (non) raccontano la verità. Eravamo in epoca Bush Jr. e ogni speranza - tra proclami guerrafondai, armi di distruzione di massa inventate e fobia persecutoria - pareva perduta. Persino gli zombi di George Romero cominciavano a sembrare più umani del presidente americano. Oggi il cinema e molti media americani rivelano un’altra febbre più o meno evidente, più o meno dichiarata, più o meno grave: l’obamamania. Quella “tendenza Obama” che è esplosa prima ancora dell’elezione del nuovo presidente Usa, quella che pervade il nuovo cartoon Disney La principessa e il ranocchio, dove la graziosa principessa del titolo è afroamericana proprio come il numero uno al mondo. Quella febbre che sui giornali ha più volte accostato più o meno ironicamente Mr. President a Superman o al ghigno di Joker per i detrattori. Quella che, subito dopo la vittoria, ha portato persino a fare convivere Obama con Spider-Man sulle pagine a fumetti Marvel, in una specie di cross over di eroi buoni, uniti contro il Camaleonte: “Salve presidente eletto! Mi è piaciuto in campagna elettorale!” dice Spidey. “Ehi aspetta un attimo… anch’io sono un tuo grande fan!” risponde Barack. Bruce Springsteen ha perfino dedicato al suo amico Obama l’ultimo disco, in chiave pop, Working on a Dream: la dolcezza della speranza racchiusa in molti testi, dalla title track fino a Tomorrow Never Knows, si contrappone ai versi arrabbiati, tragici e dolenti di The Rising o alle ballate tormentate di Devils and Dust. Ancora prima dell’elezione presidenziale, alla vigilia del novembre 2008, certo cinema Usa aveva già saputo misurare il polso del cambiamento e la temperatura del proprio Paese. Spesso si tratta di film concepiti prima delle elezioni, ma, comunque, emblematici del cambiamento in arrivo. In L’ospite inatteso di Thomas McCarthy un immigrato clandestino viene accolto negli Usa in una parabola, peraltro non stucchevole, di convivenza razziale e amicizia. In Precious di Lee Daniels una ragazzina obesa di colore, dopo avere subito ogni genere di sopruso e violenza, ritrova forza e speranza, “hope”, grazie a una sua insegnante. Sono solo alcuni titoli chiave tutti di successo dell’era Obama. Non importa quale sia la tua razza, il colore della tua pelle e per estensione il tuo aspetto fisico. Non importa la tua condizione sociale. Anche tu, proprio tu, puoi farcela: “Yes We Can!”. L’importante è avere fiducia nella possibilità di un cambiamento: “Change!”. Forse il primo film di successo mondiale che ha segnato in maniera evidente la vigilia del passaggio in arrivo dall’era George W. Bush al nuovo corso politico è stato Milk di Gus Van Sant, vincitore di due Oscar (miglior attore Sean Penn e migliore sceneggiatura Dustin Lance Black). Il bellissimo film dell’autore di Belli e dannati racconta gli ultimi anni di vita e di lotta civile del primo gay dichiarato che ha ricoperto una carica pubblica negli Usa. In qualche sequenza Milk sembra quasi agiografico. La parola “hope” ricorre così spesso che pare davvero ricalcata sullo slogan obamiano e sul vento nuovo che soffia sugli States. Ma com’è cambiato il cinema contemporaneo dopo la vittoria elettorale di Barack Hussein Obama, poco più di un anno fa? Forse il migliore esempio è di nuovo un cartoon: Planet 51, fra l’altro di coproduzione “mondiale”, americana ed europea, in lavorazione dal 2007 e ultimato nel marzo 2009.  Racconta la storia di un altro pianeta, identico agli Usa anni 50, ma popolato da extraterrestri color verde Shrek, su cui atterra una navicella Nasa pilotata da Chuck, un “alieno” americano. L’esercito locale vuole annientare l’invasore, mentre il giovane Lem tenta di aiutare l’astronauta straniero dalla pelle rosa. Planet 51 è un cartoon antixenofobo e antimaccartista. Nei corsi e ricorsi storici è evidente il richiamo agli Usa di epoca Bush Jr., mentre la speranza finale e la possibile convivenza tra razze paiono rimodellate, oltre che sulle esigenze di lieto fine, proprio sull’ottimismo obamiano (come il finale del cartoon Mostri contro alieni). Non solo. Nello struggente Taking Chance, film per la tv Hbo, si racconta la storia di un ufficiale (Kevin Bacon) che riporta a casa la bara di un commilitone diciannovenne. Una delle regole del governo Bush era quella di evitare di mostrare le bare dei soldati caduti nei conflitti in corso. I giovani morti erano così ridotti, anche nei tg, a numeri letti in fretta e a fotografie quasi asettiche, che ripulivano la tragedia della morte in  guerra. Proprio Obama ha sovvertito questa regola, tolto la maschera di censura, e restituito visibilità al lugubre arrivo degli aerei carichi di morti, accogliendo in diretta tv le bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce. Anche The Messenger di Oren Moverman ruota intorno a una storia sulle conseguenze del fronte e sulla morte in guerra. Racconta le vicende di alcuni soldati messaggeri di lutto. Sono quelli che si recano dalle vedove di guerra e dai familiari ad annunciare la perdita delle vittime del conflitto. Questo film è in parte debitore allo strepitoso Grace is Gone con John Cusack, realizzato nel 2007, ancora in piena e cupa era Bush. Gli spietati e geniali fratelli Coen, di recente, hanno rivelato che il loro lavoro ultrapessimista A Serious Man probabilmente sarebbe stato meno pessimista, se fosse stato concepito e realizzato dopo l’elezione di Obama. Nonostante sia uscito solo lo scorso novembre, i Coen hanno ultimato le riprese del film a metà novembre dell’anno prima e un discorso quasi analogo vale anche per L’uomo che fissa le capre di Grant Heslov. Tra gli esempi di fiction che hanno rivelato invece il probabile eccesso di entusiasmo riposto dagli Usa nel nuovo presidente c’è un memorabile instant episode di South Park datato 5 novembre 2008 (episodio 12 stagione 12, visibile in streaming gratuito su www.southparkstudios.com). Qui Obama si rivela in realtà un ladro di diamanti, membro di una squadra da “Mission Impossible” il cui vero leader è una tostissima Sarah Palin in versione Elektra dei fumetti, ma in tutina nera. E il riflesso sulla nostra fiction? Anche la tv e il cinema italiani sono stati contagiati dalla “febbre” Obama, a ridosso delle elezioni dello scorso anno. Dopo l’infelice battuta del nostro premier sull’ “abbronzatura” del presidente Usa, “Yes We Can” è stato ripreso e scimmiottato dagli Amici della De Filippi. Anche il “cinepacco” o cinepanettone con Massimo Boldi 2008, La fidanzata di papà, ha riciclato la “battuta” berlusconiana sulla tintarella, lasciando intendere una improbabile relazione tra il personaggio interpretato da Simona Ventura e Mr. President (mai nominato direttamente). Prima ancora del recente Nobel per la pace (assegnato quasi sulla fiducia), durante l’estate scorsa il Daily Mail ha parlato addirittura di un prossimo possibile biopic su Obama con Denzel Washington (oppure con l’ex Principe di Bel Air, Will Smith) nei panni di Mr. President. Siamo al puro fantacinema. Di sicuro esistono documentari un po’ agiografici in stile spot come Barack Obama: The Power of Change di Pearl Jr. e il recente By the People coprodotto da Edward Norton, uno dei tanti fan obamiani di Hollywood, che vanno da George Clooney a Scarlett Johansson, passando per Spielberg. È inoltre in lavorazione a Bollywood il film My Name Is Khan, basato sulla vera e triste storia di un musulmano affetto da autismo. Arrestato a San Francisco, dopo l’11 settembre, per atteggiamento considerato sospetto e incarcerato ingiustamente, Khan è stato riabilitato da Obama (interpretato dall’attore afroamericano Christopher B. Duncan). La vittoria di Obama non è solo un ottimo sintomo di cambiamento e integrazione razziale, è anche di per sé qualcosa di molto cinematografico. Contiene i topoi del riscatto del self made man americano. Il “protagonista” di origine africana mostra una purezza e sincerità di intenti da film di Frank Capra, quasi un James Stewart nero: Mr. Obama Goes To Washington. Il “film” è stato preceduto da una frase di lancio “Yes We Can”, da manifesti, locandine e poster. Basti pensare a come, prima delle elezioni, il candidato è stato “ridisegnato”, dipinto, ricolorato nei quadri di successo realizzati dall’artista di strada Shepard Fairey, oggi esposti nei migliori musei di arte contemporanea (dal Moma di New York alla National Portrait Gallery di Washington). Il cinema italiano, nel frattempo, ha prodotto nell’ordine Il caimano, Il divo, Gomorra, Natale a Rio, Videocracy, specchi a tinte fosche di tutt’altra realtà? Non abbiamo Springsteen e nemmeno David Letterman, da noi canta Apicella, la tv cinguetta: “fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene…”. Speriamo che una realtà di cambiamento arrivi davvero (anche nel nostro Paese) e somigli almeno un po’ alla fantasia quasi fiabesca e ottimista che ci è stata raccontata ultimamente dal cinema americano.                                                       



title articolo rubrica
Grant  Heslov

regista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Ewan  McGregor

attore protagonista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
George  Clooney

attore protagonista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Joel  Cohen

regista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Ethan  Cohen

regista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Jessica  McManus

attore protagonista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Javier  Abad

regista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Marcos  Martinez

regista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Jorge  Blanco

regista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3

In collaborazione con Filmtrailer.com

  • Vai al sito |
  • Modalità Fullscreen |
  • Qualità video
  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Gus  Van Sant

regista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Sean  Penn

attore protagonista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Diego  Luna

attore protagonista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Matt  Reeves

regista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Thomas  McCarthy

regista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3

In collaborazione con Filmtrailer.com

  • Vai al sito |
  • Modalità Fullscreen |
  • Qualità video
  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
James C.  Strouse

regista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Brian  De Palma

regista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Danny  Pang

regista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Oxide  Pang Chun

regista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
George  Romero

regista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Michelle  Morgan

attore protagonista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3
title articolo rubrica
Tatiana  Maslany

attore protagonista

  • tag 1
  • tag 2
  • tag 3

Nick Interview

Mario Monicelli

Intervista a:

Mario Monicelli
  • focus Novembre 09, guerra, cinema, kamikaze, coraggio, eroi,
  • focus Novembre 09, guerra, cinema, kamikaze, coraggio, eroi,
  • focus Novembre 09, guerra, cinema, kamikaze, coraggio, eroi,
TUTTE A SEDERE
Un documentario francese, LA FACE CACHÉE DES FESSES (“Il lato nascosto delle chiappe”) omaggia i lati B più famosi della storia del cinema. Non solo come strumenti di seduzione delle dive più sensuali - da Marilyn a Edwige Fenech - ma anche perché sp...
  • focus Gennaio 10, seduzione, sensualità, erotismo, sedere,
  • focus Gennaio 10, seduzione, sensualità, erotismo, sedere,
  • focus Gennaio 10, seduzione, sensualità, erotismo, sedere,

Prendi i soldi e resta

di Serena Brugnolo, Non più statalista come in Francia, non (ancora) capitalista come negli Stati Uniti, l’industria cinematografica italiana si fa glocal, ottenendo finanziamenti da produttori stranieri o, come sempre più spesso accade, dagli enti regionali (vedi, LA PRIMA COSA BELLA di Paolo Virzì o L’UOMO NERO di Rubini, realizzati rispettivamente con il contributo di Toscana e Apulia Film Commission). Segno che, almeno sul grande schermo, il federalismo è già realtà