Nick Interview
Pierfrancesco Favino
Raffaella Serini Gennaio - 2010
Anche i peter pan (qualche volta) crescono. È il caso degli ex enfant di Gabriele Muccino, che, dieci anni dopo il fortunato L’Ultimo bacio, TORNANO nell’atteso sequel baciami ancora: già trentenni ora quarantenni, non più solo figli ma anche GENITORI (o aspiranti tali). Tra loro Pierfrancesco Favino, che, oltre a essere papà sullo schermo nel nuovo film di Silvio Soldini cosa voglio di più, da tre anni lo è anche nella vita. “perché”, dice, “i figli sono la nostra unica, vera eredità. E grazie alla paternità sono diventato padre di me stesso”
“Prima di imparare a dire papà, mia figlia mi chiamava per soprannome, ed era un po’ bizzarro vedere ‘sta cosetta di due anni che al parco gridava ‘Picchio, vieni qua!’: la gente credeva fosse un cane, e invece…”. E invece all’appello rispondeva Pierfrancesco Favino, uno degli attori più apprezzati e impegnati del nostro cinema, che a fine mese rivedremo nei panni di Marco in Baciami ancora, seguito di L’ultimo bacio, e poi, dal 12 febbraio, nel nuovo film di Silvio Soldini, Cosa voglio di più, in cui interpreta Domenico, uomo dibattuto tra l’amore per la moglie Miriam (Teresa Saponangelo) e la passione per l’amante Anna (Alba Rohrwacher). Nonostante un nome benedetto dalla critica e amato dal pubblico, lui con l’anagrafe continua a non andare d’accordo: “Ancora oggi, faccio fatica a vedermi come Pierfrancesco, che, oltre a essere impegnativo, era l’appellativo delle ramanzine. La dicotomia tra Pier e Picchio, però, mi salva, aiutandomi a tenere separati i due mondi: uno è quello che lavora, l’altro sta a casa”.
Chi gliel’ha affibbiato il nomignolo?
Mio padre aveva la mania di dare soprannomi a tutti. Mia sorella Alessandra è detta “Popi”. Si capisce perché non avrei mai potuto fare il fisico o il politico…
Lo stesso padre, però, non fu felice della sua scelta di diventare attore.
Ma non perché non credesse nelle mia capacità; la sua era una preoccupazione legittima, di genitore estraneo al mondo dello spettacolo. E a me è servito molto, perché è stato il primo scontro da adulti che abbiamo avuto. E penso di aver tenuto duro anche per dimostrargli che avevo ragione. I veri maestri sono quelli che ti mettono a disposizione la corazza e ti dicono “dai, fammi vedere”, non quelli che dicono “tutto ciò che vuoi, amore mio”.
Quindi si opponeva per stimolarla?
Anche. Tant’è che, quando la cosa è stata accettata, io sono andato in crisi: nel momento in cui anche tuo padre ti dice che sei bravo, ti domandi se la tua era un’esigenza vera o solo il desiderio di dimostrare di essere in grado.
Oltre che nella recitazione, lei ha un talento come imitatore.
Perché l’udito è il senso più sviluppato che ho. È una qualità che ho maturato fin da piccolo e ho poi affinato lavorando in teatro con Ronconi, il quale spingeva noi attori ad andare tra la gente, a guardare, ascoltare, osservare le cose e cercare di ripeterle. E a me ha aiutato parecchio, perché trovo che la realtà abbia molte più forme di quelle che spesso il cinema racconta, in maniera un po’ autoreferenziale: solo facendo parlare i personaggi in modo riconoscibile, permetti loro di appartenere immediatamente alla realtà di chi guarda il film.
Ultimamente si è detto che, in Italia, cinema e televisione parlano troppo romano.
Mi piacerebbe che a fare questo discorso fossero persone che si occupano di cinema non di politica. Io ho interpretato personaggi del Nord, del Sud, e trovo sia giusto che il cinema italiano non sia romanocentrico, ma non per ragioni politiche, fiscali, o d’investimento. Solo per ragioni creative.
È vero che sogna un ruolo comico?
Sì, ho sempre pensato che avrei fatto l’attore comico, e finalmente me n’è stata data l’opportunità: Muccino ha scritto per me un personaggio con aspetti piacevolmente brillanti, uno di quelli alla Ettore Scola, di una commedia che non è solo quella della battuta o della gag.
Oggi le commedie le fanno più spesso i comici di professione.
Non solo per ragioni “produttive”, ma anche perché da noi c’è ancora un atteggiamento provinciale, per cui l’attore deve necessariamente essere serio. Si prenda invece uno come Tom Hanks, che va da Letterman o al Saturday Night Live a divertirsi, senza la paura di perdere credibilità. E credo che questa “chiusura” del mondo del cinema alimenti la crisi del rapporto con il pubblico italiano.
Anche certe espressioni colorite usate da esponenti politici non aiutano...
Del nostro mestiere è data un’immagine parziale e poco realistica, funzionale a far credere che gli attori non facciano un cacchio dalla mattina alla sera, abbiano la villa con piscina, siano circondati da gnocca e facciano questo lavoro solo per il successo di copertina. Orazio Costa, uno dei miei maestri, diceva che questo mestiere, se fatto bene, si ripaga da solo. Ed è proprio così: io ero felice sia quando guadagnavo 60mila lire a settimana sia oggi che non ho certe preoccupazioni. Per questo trovo sia brutto svilire la passione, laddove ci sia.
A proposito di esordi, per lei il successo è arrivato proprio con L’ultimo bacio.
Com’è stato ricalarsi nei panni dello stesso personaggio, dieci anni dopo?
Una gioia, perché ho un rapporto di riconoscenza e affetto nei confronti di quel film. Lì, però, ero quasi di passaggio, con una parte - di quello preciso, borghese - piuttosto marginale: mentre gli altri andavano con più continuità sul set, io ero defilato e, guardando questo gruppo così figo, tutti belli, giovani e di successo, mi sentivo un po’ come Calimero.
Oggi non è più così, sia nel film sia nella vita.
Sullo schermo i dieci anni in più si vedono, ed è un valore aggiunto: Baciami ancora è sì un sequel, ma anche una pellicola a se stante, perché le vicende esistenziali dei trent’anni non sono quelle dei quaranta.
Come si è evoluto il suo personaggio?
Marco era quello con la testa a posto, convinto delle sue scelte, più che arrivato professionalmente e con una vita di coppia costruita nel modo in cui riteneva giusto. Poi, però, gli scoppia una bomba in mano e le sicurezze vacillano.
A differenza sua, Marco nel frattempo non ha avuto figli. “Siamo al mondo per
generare altri esseri umani”: l’ha detto lei.
E continuo a essere d’accordo con me stesso. Mi sono reso conto che anche gli uomini hanno un tempo biologico, che non è un tempo fisico ma dell’anima. In fondo, uno può diventare ricco o povero, famoso o ignoto, costruire case o piantare alberi, ma quello che veramente rimane, la reale eredità sta nella continuità attraverso i figli. E non parlo di cognome o di sangue, parlo di appartenenza a un ciclo vitale, la stessa che io ho provato quando mio padre è venuto a mancare. L’esperienza fisica porta la donna ad avere un rapporto carnale con i figli, mentre l’uomo è costretto a metterla sul piano spirituale visto che, per un anno e mezzo della vita del bambino, è solo una cosa nera, nel mio caso anche villosa, che si agita nello spazio.
Lei ha spesso interpretato ruoli gay, è favorevole all’adozione da parte di omosessuali?
Penso che un bambino abbia innanzitutto bisogno d’amore e che i genitali di una persona non facciano differenza: ci sono omosessuali molto più amorevoli di padri o madri eterosessuali. Discriminazioni in questo senso mi sembrano figlie di una mentalità spaventata.
Dica la verità: venendo da un ambiente prevalentemente femminile, l’avrebbe voluto un figlio maschio?
Avendo sei donne intorno (mamma, compagna, l’attrice Anna Ferzetti, la figlia Greta di tre anni e tre sorelle, ndr), ogni tanto mi piacerebbe avere un complice nei momenti di premestruale, qualcuno con cui alzare gli occhi al cielo… Ma credo che mi metterebbe anche in difficoltà, essendo ormai abituato ad avere a che fare solo con dinamiche femminili.
Chi ha scelto il nome della bimba?
Io, ma non per la Garbo. Mi piaceva anche il nome Perla, che poi, per caso, ho scoperto essere l’origine ebraica di Greta. E questo è un nome che le sta proprio bene: dolce e sicuro allo stesso tempo. E poi, avendo io un nome lungo come Piefrancesco, che ti stanchi nel momento in cui sei arrivato alla “c”, volevo che non avesse lo stesso problema.
La foto della bimba sul display del cellulare ce l’ha?
E certo, vorrei vede’, che domande!
Oggi fotografare i papà famosi in giro con i pargoli è un nuovo trend.
Personalmente, evito di andare alle prime con mia figlia in braccio e, soprattutto, cerco di fare con lei le cose che fanno tutti, come per esempio mettermi in coda: Greta non deve pensare di essere “speciale” perché in un certo senso il suo papà lo è. A ogni modo, sono molto curioso di vedere come sarà questa generazione di figli nati da coppie paritarie nel rapporto.
Trova che anche sul grande schermo il concetto di paternità stia evolvendo?
Credo che uno dei più bei film in questo senso sia stato La stanza del figlio, difficilissimo, perché parla di un sentimento e non di un concetto, ma meraviglioso perché lo fa in maniera molto profonda e comunicativa.
Nel film di Soldini, a differenza della sua amante, lei ha due bambini. Quanto questi
condizionano le scelte di Domenico?
Con Alba ci siamo spesso scontrati come fossimo i personaggi: una situazione del genere è vissuta in modo diverso tra chi ha un figlio e chi non ce l’ha, e io ho sempre capito la scelta del mio personaggio, una scelta che non è solo “sua”. L’amore filiale e quello di coppia non sono lo stesso ambito, e una donna non potrà mai entrare in competizione con un figlio…
Ma non è il rapporto con i figli a essere messo in discussione.
Chi è madre, però, questo discorso lo capisce, e ragiona come Domenico nel film, mentre le donne senza figli la pensano come Anna/Alba. Ecco perché credo che sarà un film destinato a creare due partiti, all’uscita dalla sala.
Se un suo amico fosse nella situazione di Domenico e le chiedesse un consiglio?
Difficile da dire, perché in tutto questo s’incastra anche un problema economico, che è un altro tema del film: certe possibilità emotive sono figlie delle possibilità pratiche, cosa che mi atterrisce. Io posso “sentire” fino al punto in cui me lo posso permettere economicamente, e trovo che questo squilibrio sia figlio di un pregiudizio machista, come se la legge, giustificando un atteggiamento maschilista, chiedesse perdono del fatto che l’uomo è cacciatore: legalmente, da un lato c’è la donna abbandonata, dall’altro l’uomo che guadagna. Io ho amici che sono dovuti tornare da mamma, con case comprate da loro, nonostante pure la moglie lavorasse. È inaccettabile.
Cosa si augura per il futuro di sua figlia?
Che cresca in ambiente socialmente sano, con valori condivisibili anche se sembrano preistorici: è più giusto preparare un figlio a un mondo aggressivo o pacifico? Fargli credere nell’onestà o nella furbizia? Fargli investire energie nella ricerca della felicità o della ricchezza? Io non mi riconosco nell’aggressività che mi circonda, e che ha tante nature: uno che si è laureato a 25 anni con il massimo dei voti e a 40 fa il barista perché il figlio di qualcuno sta nel posto dove potrebbe stare lui si sente frustrato e impotente, e l’impotenza genera violenza. Violento non è solo uno scazzo televisivo o un sasso tirato, violenza è anche quella subita da chi si sente di non poter cambiare la propria sorte. Io spero di crescere mia figlia in un ambiente in cui sia possibile pensare di cambiare la propria vita e, magari, anche quella di una comunità.
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